02/03/10

Facciamo un passo indietro nella storia. Periodo pre-unità d'Italia.

.02 marzo 2010
Quello che state per leggere è tratto dal libro: "La Diocesi di Oria nell'800, di Carmelo Turrisi".
Il movimento risorgimentale si evolve sotto Ferdinando II (1830-1859) il cui governo, sebbene più aperto ai problemi del tempo e meglio disposto di fronte alle innovazioni positive del Decennio francese, non riuscì tuttavia a soddisfare il movimento trasformista guidato dalla borghesia intellettuale il cui programma

includeva una migliore « organizzazione amministrativo-burocratica, uniforme e accentratrice, contro il caos delle legislazioni e degli istituti, e le stratificazioni delle consuetudini privilegiate; anticlericalismo, o meglio anticurialismo... tolleranza religiosa e incipiente laicizzazione dello stato e della vita sociale... ». Il nunzio mons. Antonio Garibaldi avvalorava la fondatezza di queste richieste scrivendo al segretario di stato monsignor Ferretti a proposito dell'ormai famoso opuscolo di Luigi Settembrini intitolato « La protesta del popolo delle Due Sicilie » del 1847:
Il libello è dispiaciuto assai alle persone affezzionate al Re, perché si cerca di rendere odiosa la persona del Monarca, procurando di farlo comparire colpevole di tutto il male della pubblica amministrazione che si espone e deplora, attribuendogli maggiori difetti che non ha, e dissimulando quello che avvi di buono in Lui. Però conviene dire che la sostanza dei pubblici mali, contro i quali si reclama, è purtroppo seria: voglio dire la mancanza d'ordine e di legalità nell'amministrazione, di zelo e probità nei pubblici impiegati dall'alto in basso, fatte ben inteso le debite eccezioni, che come vere eccezioni debbono realmente riguardarsi.
Si giunse pertanto per conseguenza alla rivoluzione del 1848 e alla concessione della Costituzione del 29 gennaio che accordava le guarantigie rappresentative e istituiva il parlamento nazionale. La notizia, giunta in Puglia il 1° febbraio, sollevò entusiastiche accoglienze. Si ebbe la sensazione d'essere usciti dal caos e dal buio. Anche i « Rapporti periodici della polizia » dell'anno notificavano l'accoglienza festosa della Costituzione a Sava, a Francavilla, a Ceglie ed a Oria, dove accaddero pure vari disordini dettati dall'antica rivalità tra « poveri e ricchi ». Le illusioni suscitate dalla concessa Costituzione durarono fino al 12 marzo 1848 quando fu ritirata e furono raccolte firme di adesione alla iniziativa, suscitando la reazione immediata dei liberali. La diocesi stessa ne fu coinvolta (Vedi Nota 1). Il governo rimediò subito con rinforzate misure poliziesche e condanne contro i fautori della Costituzione.
Alla morte di Ferdinando II, che trascorse gli ultimi anni di regno nel « più completo assolutismo », salì sul trono il figlio Francesco II, al quale fu riservata la triste sorte di assistere alla scomparsa della dinastia borbonica dal regno delle Due Sicilie sotto la spinta dell’azione dei Mille. Dopo la presa di Napoli (7 settembre 1859) e quella di Gaeta (13 febbraio 1861), lasciò definitivamente il paese ritirandosi a Roma, da dove alimentò una debole reazione favorendo la rinascita del brigantaggio (Vedi Nota 2)
Negli ultimi anni della monarchia borbonica la diocesi di Oria fu retta dal Margarita nativo di Francavilla Fontana, unico vescovo di questo periodo uscito dall'ambito stesso della diocesi. Nei Processi fu descritto:
Vir gravitate, prudentia, doctrina, morum probitate, rerumque experientia praeditus et in ecclesiasticis functionibus apprime versatus, dignus propterea, qui Ecclesiae Oritanae in Episcopum praeficiatur.
Per Pietro Palumbo, autore di una storia di Francavilla, liberale e aperto oppositore del Margarita, questi sarebbe stato eletto alla cattedra di Oria « per protezione sovrana più che per meriti, non essendo altro che un mediocre frate della Congregazione di S. Vincenzo dei Paoli » legata alla causa borbonica, agevolato dal fratello Antonio che aveva raggiunto una potenza economica sposando una della famiglia Bottari. Qualche anno più tardi la sua nomina fu sospettata di simonia. Il canonico De Angelis, facendo ricorso al s. Padre nel 1857 contro il proprio vescovo, scriveva:
[... solo rassegno a V. Beatitudine, che oltre tanta inettezza si benigni prendere in considerazione la simonia pubblicamente nota... La simonia di Margarita fu strombettata pel Regno da un servo moro, che portò 8 mila ducati; e la Diocesi adesso ne può contestar tanti fatti.]
Questa affermazione, non potendo essere valutata criticamente per la mancanza di altri documenti, può sembrare almeno sospetta tenendo conto che il De Angelis era stato relegato in un convento di Ruvo dal Margarita. La notizia della simonia fu comunque raccolta da alcuni autori come il Palumbo e l’Argentina. Il primo parla di 12 mila ducati e mette in risalto lo spirito di arrivismo del Margarita. L'Argentina parla invece di 18 mila ducati offerti al ministro del Culto perché venisse proposta la sua persona alla s. Sede per occupare una cattedra vescovile. Ma non se ne mostra certo, anzi stima l'accusa di simonia « un mendacio calunnioso »:
I 18.000 ducati-oro se veramente sborsati al Ministro borbonico dei Culti dell'epoca, non implicavano il delitto di simonia, perché serviti ad ottenere che il P. Luigi Margarita della Missione fosse proposto alla Santa Sede per la nomina a vescovo di Oria, come persona meritevole e gradita alla R. Corona di Napoli. Si comprava in effetti la proposta, che poteva anche essere bocciata, e non il beneficio ecclesiastico da chi aveva la facoltà di conferirlo (Vedi Nota 3).
Più attendibile sembra invece l'insinuazione che il governo avesse proposto il Margarita alla s. Sede per le sue tendenze spiccatamente borboniche e che lo avesse destinato ad una diocesi dichiarata da alcuni « nido tradizionale di assolutismo e di prepotenza » e dove certamente tutti i vescovi predecessori avevano dimostrato indiscusso attaccamento ai Borboni. È certo che il periodo dell'episcopato del Margarita in Oria è da annoverarsi tra i più agitati e difficili per le situazioni politico-sociali che richiedevano un certo adattamento psicologico al quale egli non era preparato. Perciò non fu in grado di concepire, per i vari problemi che si affacciavano alla ribalta della storia, una soluzione diversa dal giurisdizionalismo confessionale borbonico considerato ancora un « caposaldo per l'opera di ricostruzione, di cui appariva cosi urgente il bisogno ». Ciò spiega pure quel certo servilismo del Margarita ai Borboni riconosciutogli anche dal nunzio (Vedi Nota 4).
Ma la monarchia borbonica aveva concluso la sua storia nel Sud e quando scomparve alla fine del '59 non suscitò meraviglia, giacché da tempo si avvertiva di non poter assolvere alla sua missione più oltre. Diverse cause avevano preparato la sua fine: la frattura con la cultura illuministica meridionale che aveva appoggiato spesso il riformismo borbonico credendo, a differenza di altri stati, nella possibilità di una collaborazione ma su basi più democratiche; la crisi dell'istruzione, dell'esercito e della burocrazia, la triste situazione economica che, nonostante i tentativi di riforma, non riusciva a sollevare le condizioni del popolo; e infine la mancanza di una attenta diplomazia nel campo delle alleanze che la costrinsero a rimanere sempre nel cerchio dell'influenza austriaca. È per questo che il Margarita, borbonico per devozione, cominciò a subire le conseguenze delle sue scelte politiche all'indomani della scomparsa dei Borboni, insieme a gran parte dell'episcopato meridionale. Non mancò chi pensava che i vescovi del Sud avessero aderito al nuovo assetto politico solo per voler pacificare le diverse fazioni. Si trattava, scrive la « Civiltà Cattolica », d'imposture contro di essi:
Di che poi, secondo il solito, si valsero i sovvertitori per mettere i Vescovi in aspetto di sleali e felloni al legittimo loro Re, lodandoli d'aver aderito al nuovo ordine colà stabilito dal tradimento e dalla forza. Ciò è falsissimo. Assai pochi tra i Vescovi piegarono a tanta viltà, e parecchi, come a cagion d'esempio, l'Ordinario di Altamura, scrissero lettere molto energiche per disdire l'imposture con cui faceasi di loro bontà si perfido abuso, mettendoli in mostra di aderenti alla rivoluzione. Cosi suole ripagarsi dai tristi la pietà e la carità del Clero.
Questa fedeltà dell'episcopato alla causa borbonica, a differenza del basso clero, venne dichiarata anche in una relazione del 18 agosto 1860 al ministro degli Interni:
Un fatto ho da segnalare a V.E. quasi universale, e che in modi più o meno espressi si ripete, in presso che tutte le diocesi del Regno; ed è che i Vescovi si scuoprono, generalmente parlando, avversi al nuovo ordine di cose. Solamente ci ha differenza nel modo, che alcuni fanno allo Statuto una opposizione quasi direi passiva, non consentendo che si svolga con quelle libertà ed in quella maniera, che si richiede a voler che porti frutti degni della maturità dei tempi in che siamo. Altri poi, più vivo contrasto facendogli, e quasi la divisa vestendo di congiuratori, dimentichi ad un tempo e defl'ufiicio sacerdotale e del debito di cittadini, colla parola che è possente sulle loro labbra, e con atti scopertamente ostili, si fanno centro di reazione, e gli onesti liberali inducono a pensieri che non ebber mai, togliendo forza al Governo, ed il paese ponendo in sullo sdrucciolo di cadere nell'anarchia... (Vedi Nota 5).
Tra i vescovi ritenuti responsabili di opporsi alla concessione dello Statuto costituzionale accordato da Francesco II nel '48 e richiamato in vigore con un decreto del 1° luglio 1860, fu inserito pure il Margarita insieme ad una parte del suo clero. Ma la reazione anticostituzionale del clero e dei lavoratori fu generale nel Salento.
Gli anni che seguirono all'Unità d'Italia segnarono lo scontro, in politica ecclesiastica, del « rigido giurisdizionalismo meridionale » con la formula concepita dal Cavour della libertà dello Stato e della Chiesa. Ciò non piacque al ministro Mancini e ad altri meridionalisti i quali ammettevano che lo Stato dovesse continuare ad esercitare le sue storiche prerogative dell'exequatur, del placet e simili che lo ponevano in una posizione di supremazia sulla Chiesa. Questa divergenza di vedute si manifestò pure quando fu presentato il disegno di legge delle Guarentigie per sistemare la posizione della s. Sede dopo la presa di Roma e la caduta del potere temporale. Essa era stata impostata sulla nuova fomula cavouriana del separatismo tra Stato e Chiesa.
Tuttavia questi anni furono dolorosi per i vescovi del regno che manifestarono con lettere pastorali il loro sentimento sulle « luttuose vicende » italiane, dimostrando solidarietà al papa per i fatti dello Stato Pontificio. Nel gennaio 1860 l’episcopato del regno di Napoli indirizzò una lettera al Papa, che recava anche la firma del Margarita. L'azione politica del Margarita risente di queste circostanze. Egli, pur avendo avuto per maestro il P. Tommaso Contieri di tendenza liberale, rimase filoborbonico, anzi fu creduto « spia borbonica ». Eppure egli stesso aveva dichiarato al nunzio che uno dei primi atti del suo episcopato era stato « di non immischiarsi in faccende politiche, ma di continuare nella santa Missione del Sacerdozio » insieme al suo clero. E tuttavia fu obbligato ad occuparsene sia perché credeva nella missione dei Borboni a favore della Chiesa, sia perché stimolato dalle numerose adesioni del suo clero al nuovo assetto politico. La sua autorità gravò sui preti liberali i quali, nei ricorsi alle autorità e nelle adunanze capitolari, lo descrissero non pastore ma commissario di polizia, « religioso strumento della tirannide borbonica », avvolto in litigi, seminatore di dissensi, di desolazione e di pianto per i preti liberali che spesso egli castiga. E pertanto egli fu costretto a subire le conseguenze del suo agire da parte della reazione liberale quando fu proclamata la Costituzione. Si manifestò contro di lui e la sua famiglia religiosa creduta anch'essa « spia borbonica ». Si ritirò a Francavilla per tranquillità. Parte del numeroso clero, quello liberale, della sua natale città non ne gradi la presenza ed avanzò al sindaco Nicola Barbaro-Forleo la richiesta di allontanarlo:
Urgente ed imperioso bisogno proclama pronta sortita di questo indegno prelato. Per lo che la presente petizione caldamente a voi si raccomanda o Sindaco e Decurioni che di nostra patria i bisogni rappresentate acciò autenticata da vostra decisione, rassegnata fosse all'Intendente per l'efficacia di sua esecuzione.
Il 16 agosto 1860 il decurionato votò per acclamazione l'assoluto trasloco del Vescovo e del fratello Segretario acciò non avvenisse alcun disordine fra questa popolazione che mal vede il suddetto Prelato e perché fosse provveduta la Mensa Vescovile ora vacante nel fatto, il che tiene in disordine i Cleri e perciò i popoli della Diocesi (Vedi Nota 6).
E si voleva pure che il clero non liberale fosse privato delle cariche, perché era ritenuto responsabile delle discordie tra la popolazione. Sotto la pressione del decurionato che aveva avanzato un rapporto al governatore della Terra d'Otranto si allontanò dalla sua famiglia ritirandosi a Napoli a S. Giovanni a Teduccio affidando la diocesi al tesoriere D. Pasquale Maggio. Essendo questi dello stesso indirizzo politico del vescovo fu costretto a dimettersi il 4 settembre 1860, e il suo posto fu occupato dal vecchio D. Cosimo Lombardi sostenuto dai liberali rivoluzionari che assalirono il palazzo vescovile, ruppero il trono e bruciarono lo stemma vescovile, mentre altri « ambiziosi del Capitolo Oritano, interpretando secondo il proprio punto di vista le leggi canoniche, persuasero i Colleghi a dichiarare la Diocesi di Oria sede vacante, per l'assenza del Vescovo e l'ignoranza del suo domicilio e a domandare alla Luogotenenza di Napoli il sequestro delle rendite della Mensa Vescovile » (Vedi Nota 7). Il Lombardi durò in carica pochi mesi, e il 1861 si dimise per motivi di salute o forse perché il vescovo dichiarò nulla la sua elezione. Nonostante che la Luogotenenza di Napoli lo consigliasse non gli fu dato un sostituto e per conseguenza il diritto passò alla chiesa metropolitana di Taranto. Essendo mons. Giuseppe Rotondo (1855-1885) lontano per le stesse ragioni politiche che avevano colpito il Margarita, l’elezione fu fatta dal suo vicario canonico D. Agostino Baffi che mandò ad Oria D. Ciro Pignatelli di Grottaglie. Ma la s. Congregazione dei Vescovi e Regolari diffidò il Pignatelli con un rescritto del 23 novembre 1861, nominando al suo posto il canonico D. Vincenzo De Angelis. Pignatelli non solo non si dimise, ma ottenne dal governo di far relegare il De Angelis prima in Brindisi e poi in Lecce. Grande fu il disordine e profonda la rottura tra il clero margaritano che faceva capo al canonico Maggio e il liberale che riconosceva il Pignatelli. Al primo erano rimaste poche chiese per officiare, ma furono scelte dalla maggioranza del popolo per ricevere il battesimo e celebrare i matrimoni. Si sviluppò un certo disorientamento anche nei monasteri femminili che rifiutarono l'autorità del Pignatelli perché la dichiaravano illegittima « e di esser solo legittima — scriveva lo stesso Pignatelli — quella del famigerato lontano Vescovo Margarita, e del suo Pro-Vicario Generale Can. De Angelis ». Il canonico De Angelis, da Lecce dove era relegato, non cessava, secondo il rapporto del Pignatelli,
di seminare in tutti i paesi di questa Diocesi la più accanita ragione morale, e politica insinuando a vari Ecclesiastici isconoscermi, come han fatto, con provocare dalla S. Sede rescritti, darli corso non ostante scevri di Regio Exequatur, dé quali mi onoro confogliarne uno capitatomi, e dal medesimo con sua Relazione procurato, dal quale si rileva chiaro, che nell'atto, che io governo questa Diocesi come Vicario Capitolare, egli si sforza furtivamente governar da Vicario Generale.
La posizione del relatore divenne infine insostenibile per l'accanita lotta mossagli dagli avversari, che egli chiamava « emissari Borboniani e Margaritiani », e si dimise il 25 settembre 1863. Gli successe nuovamente il canonico Maggio per volere del vescovo e furono favoriti questa volta i margaritani fino alla venuta del Margarita nel '66, che però, costretto nuovamente ad allontanarsi colpito dalla legge Crispi dei «sospetti » del maggio 1866, accusato « quale perturbatore dell'ordine pubblico », fu relegato prima a Lecce, poi a Fenestrelle, da dove tornò con una forma di sordità abbastanza seria da cui non si rimise mai completamente. Nel '67 ritornò definitivamente in sede.
Qui termina la crisi politica della diocesi ed inizia l'opera di ricostruzione pastorale per recuperare la parte del clero che aveva abbracciato il nuovo indirizzo liberale e ridare fiducia al popolo sconvolto dalle lotte intestine. Nella sua relazione ad limina del '66 il Margarita tracciò un quadro della situazione politica e morale della sua diocesi verificatasi durante i cinque anni circa di assenza notando le avversità e gli attacchi alla religione.
In questo stato di cose la Chiesa avrebbe avuto bisogno di elementi sensibili al nuovo ordinamento di cose per non compromettere del tutto l’azione pastorale.
Ci domandiamo se monsignor Margarita fu un vescovo preparato ad assolvere al suo compito pastorale. Egli, « lottatore nella difesa della fede », venne accusato di ostacolare « ogni più santo e ragionevole progresso ». Forse anche per il suo carattere egli non riuscì a guadagnarsi la stima e la collaborazione di tutto il suo clero. Nell'ambiente esacerbato delle critiche e dei ricorsi fu descritto come: « dispotico, dal carattere aspro, indelicato, poco avveduto, prepotente, idolatra di se stesso, vanitoso, caparbio, ingordo, avaro, crudele, dalle punizioni capricciose e dalle umiliazioni pubbliche, sino dai pergami... ». Non è da sottovalutare che anche in età borbonica l'assenza di pace nell'ambito della diocesi aveva suggerito a quel governo, nel 1854, il trasferimento ad altra sede che però venne rifiutato dal Margarita. Anche il nunzio sembrava convinto della fondatezza delle accuse contenute nei ricorsi per cui consigliava:
Ella nella sua penetrazione ben comprende quanta delicatezza nei momenti presenti si richiede per guidare in tutta carità il Clero, e quindi quanto studio abbisogna prima di decretare al medesimo delle punizioni.
Si è d'altronde rimarcato la molta facilità con la quale V.S.I. fino dai primordi del suo governo ha stimato far prevalere la spada dei castighi, al soave gioco della croce, dando a quasi tutti i Cleri della Sua Diocesi esempi di punizione... Anche la facilità di comminare le censure Canoniche, e la necessità di revocarle non produce il miglior effetto... Poggiato io sul principio che molto si ottiene con la dolcezza, e poco o niente col generalizzare le punizioni, ho convinzione che adopererà modi, e ponderazione, e carità nei castighi, e nelle risoluzioni tutte di qualche rilievo, e si guarderà dai consigli che lungi dal dirigerla al bene della Diocesi, ne procurerebbero il danno.
Quanto ai consiglieri ai quali accenna, il nunzio aveva accettato come vera la relazione dell'arcivescovo di Taranto, Raffaele Blundo (1835-55), su una diceria corrente nella diocesi di Oria secondo la quale i cleri « rimasero più dispiaciuti, perché le punizioni venivano dalle insinuazioni fatte dai cinque Fratelli del Vescovo, sicché dicono che i Vescovi di Oria sono sei, e non uno ».
Chi cercò di scusare il comportamento del Margarita fu il vescovo di Nardo, Luigi Vetta (1849-73), che riferiva al nunzio:
Da quelli stessi che biasimano, e riprendono la condotta del Vescovo rappresentasi la Diocesi di Oria come grandemente indisciplinata, e scorretta a segno da potersi giudicare effetto di santo zelo ciocché ad altri sembra impeto, rigore, e deferenza, e che al più potrebbe al Vescovo consigliarsi di usar alquanto maggior prudenza, e nella santa opera di rialzare la scaduta disciplina Ecclesiastica procedere con passo meno celere, e più misurato.
Esaminando le sue lettere ai capitoli delle chiese e i suoi vari interventi, abbiamo ricavato l'impressione di trovarci di fronte ad un vescovo zelante ma alquanto «dispotico », per usare il termine riferito dal suo clero. Ma quasi tutti i vescovi della diocesi in quel secolo usarono il sistema autoritario suggerito dalle circostanze, dal carattere degli ecclesiastici e da quel movimento riformistico che nell'800, a partire dalla Restaurazione, sembrò desse credito all'autorità anche in ambito religioso.

(Nota 1) A. S. Lecce, Rapporti... 1848, fasc. 3183. Il rapporto del 25 febbraio annotava per Oria: « ... se non che taluni esaltati qui, e della Classe dé Proletari, o di tenue possidenza svolgono in pubblico principi di liberalismo eccedente i limiti costituzionali. Evvi quì adottamento di bandiera, mappa, e nastri tricolori ». E il 6 marzo sempre per Oria: « Le voci, poi, e le poesie lette e cantate nella ricorrenza, comunque straripassino i limiti Costituzionali, sembrano piuttosto dettate dalla foga di godere d'una libertà licenziosa, anzicché d'eccitar sedizione... ».
In generale si nota nella provincia di Lecce: « Cospirazione o attentato per oggetto di cambiare il Governo ed eccitare i sudditi e gli abitanti del Regno ad armarsi contro l'autorità Reale, e discorsi tenuti in luoghi e adunanze pubbliche per provocare direttamente gli abitanti del Regno a distruggere e cambiare il Governo, a 19 maggio 1848 in Lecce » (cfr. ibid.: Atti d'istruttoria e di processura presso la gran corte speciale criminale di Terra d'Otranto per i fatti del Maggio 1848, pp. 3-6).
Molto attivi si dimostrarono il canonico D. Salvatore Filotico e lo Schiavoni di Manduria, i quali arringavano il popolo aizzandolo contro il re che descrivevano come assassino « autore di sangue e di eccidi » e insinuando « a sconoscerlo, e che da essi dovevansi governare »

(Nota 2) P. Palumbo, Storia di Francavilla F., vol. 2°, p. 91. Monsignor Margarita invitò il canonico Luigi Raggio, professore di letteratura nel seminario di Oria, a tessere l'elogio funebre di Ferdinando II. Ma il Raggio rifiutò l'incarico affermando che « la morale e la storia che egli seguiva, non giudicavano lodevole il complesso degli atti del defunto sovrano»....................

(Nota 3) P. PALUMBO, Storia di Francavilla F., voi. 2°, p. 86; F. ARGENTINA, Fatti del Risorgimento in Francavilla F. (1799-1860), Fasano 1965; ID., Monsignor Luigi Margarita vescovo di Oria e la lotta col suo clero durante il Risorgimento, Bari 1955, pp. 14-15; Mons. L. MARGARITA, Lettera pastorale al clero e al popolo, Napoli 1851, pp. 5 ss. Il Margarita si dichiarava sorpreso per « l'inaspettato annunzio » del suo episcopato. Se le sue parole sono sincere, egli era esente da qualsiasi azione « simoniaca ». Il problema resta aperto perché non avvalorato da documenti, ma basato sulla testimonianza di una sola persona. In più potrebbe inserirsi nelle mosse politiche dei suoi numerosi nemici.

(Nota 4) A. S. Vat., N. Nap., 107 Oria, int. 4: minuta del nunzio al cardinale Della Genga: « Sono convinto che Mons. Margherita cerchi rendersi benevolo il Governo mediante i suoi rapporti politici... ».

(Nota 5) R. DE CESARE, La fine di un Regno (Napoli e Sicilia). Parte II. Regno di Francesco II, Città di Castello 1900, p. 282. Questa relazione del Direttore dell'Interno e della Polizia fu fatta in base ai rapporti degli Intendenti di nuova nomina di tendenza liberale. Cfr. pure: A. MONTICONE, I Vescovi meridionali: 1861-1878, in Chiesa e religiosità in Italia dopo l'Unità (1861-1878). I - Relazioni, Milano 1973, pp. 86-87. Sul carattere politico dei vescovi meridionali l'autore fa notare: « I Vescovi eletti anteriormente al 1861 erano in prevalenza piuttosto legati al governo borbonico e comunque profondamente avversi al movimento nazionale, tanto che quattro di essi abbandonarono le loro sedi inseguito agli avvenimenti del 1860 e rimasero a lungo assenti: il Margarita, vescovo di Oria, e il Materozzi, di Ruvo e Bitonto, erano ancora a fine 1866 nella lista di coloro che il governo riteneva non avrebbero potuto ritornare in sede; il Bruni, di Ugento, era fuggito a Napoli, ove pure si era ritirato il 1860 il Rotondo di Taranto, restandovi fino al 1871; F. GAUDIOSO, Episodi reazionari del clero di terra d'Otranto nel 1861-1865, in « Annali » della Facoltà di Magistero di Lecce, III (1973-1974), Bari 1974, pp. 227 ss.

(Nota 6) P. Palumbo, cit.; A. S. Lecce, Atti del Governatore di Terra d'Otranto, fase. 16, ottobre 1860. Contiene le due lettere del sindaco Barbaro-Forleo. Nella prima egli notifica al Governatore: « è stata approvata una petizione sottoscritta dal Clero, comunità religiose, notabili secolari e da vari altri del ceto medio con la quale a nome di questa popolazione dimandavasi pronto allontanamento del Vescovo Margarita dalla Diocesi, e il suo fratello D. Tommaso di lui segretario, e provocavasi pure la loro traslocazione, provvedendosi di altro vescovo la diocesi. E ciò perché la loro semplice esistenza nella stessa era una continuata minaccia all'ordine pubblico ». Nella seconda lettera afferma: « Sappia che questa popolazione abbrividisce al solo nome di Margarita tanto è l'abborrimento e l'odio contro di costui ». Il fratello del vescovo, Antonio, spiega invece diversamente il momentaneo allontanamento del vescovo da Oria: egli, stimato « quale uno dei primi pro­prietari terreni di quel Comune è stato sempre tenuto di mira da pochi malevoli che non rispettano le leggi e l'ordine pubblico e privato, per effetto d'invidia. Il supplicante per evitare gl'inconvenienti e vie di fatto contro di lui e la sua famiglia nel seguito cambiamento politico e nei primi movimenti che in molti comuni del regno han prodotto dei disordini cercò di allontanarsi per poco in altra città ».

(Nota 7)F. Argentina, Fatti..., pp. 88-89. Cfr. pure: A. S. Nap., A. Borbone, 2220, II inv.: Colpo d'occhio su le condizioni del Reame delle Due Sicilie nel corso dell'anno 1862 (non è citato l'autore), p. 2, nota 1. È riportato il parere della stampa neutrale del tempo sul comportamento del governo nei confronti dell'episcopato meridionale: « Quando da' Municipii del Napoletano si fanno istanze al governo, come in parecchie Diocesi è avvenuto, perché sia richiamato il Vescovo nella sua residenza, il governo risponde essere i Vescovi perfettamente liberi.
Nello stesso tempo dà a' Vescovi il consiglio di non ritornare per ora, per non correre pericolo nelle ostilità, e reazioni. Intanto li riguarda come assenti volontariamente, e ne confìsca i beni della Mensa, eccitando lo zelo dé suoi esattori con l'aumento del compenso dal 3 al 20 per cento su le rendite Vescovili che introitano ».